Ho sentito, e letto, ogni più curioso e azzeccato accostamento leggendario-mitologico sull’attività di Mulino Maggio e dei campi sperimentali di Ercole e ognuno l’ho trovato geniale, dal “custode dei grani antichi” a “le fatiche agronomiche di Ercole”, e tutte le volte mi sono detta che avrei voluto pensarci io.

Perché la storia di Ercole è davvero qualcosa che assomiglia tanto a una leggenda, e non volevo mancare di dare all’articolo, in cui ve la sto per raccontare, il meritato titolo a effetto romanzo.

E quale meglio dell’epica trilogia di Tolkien può rappresentare il maestoso senso della missione che Ercole Maggio “s’è messo in testa”.

Perché ‘sto ragazzo, lungo e minuto, 24enne con la fissa del marketing e una laurea alla Sapienza, nel 2012 torna a casa, a Poggiardo, e trova un tesoro. Non un tesoro da distruggere come nella saga della Compagnia dell’Anello, ma un tesoro da tutelare.

Sono i grani antichi del Salento, quelli che si pensava non esistessero più.

Tre spighe, tre; strane, troppo strane per non attirare l’attenzione di Ercole cresciuto nei campi. Spighe senza ariste, i filamenti che vi svettano sopra, alla mercé del vento caldo del profondo Salento, nel campo abbandonato di una masseria.

“Che cos’è questa faccenda qui?”…

LA STORIA DEI CAMPI SPERIMENTALI E LE SEI VARIETA’ RECUPERATE

Era il 2012 e da allora Ercole e il suo Mulino Maggio, anzi quello a pietra di famiglia (non dovesse risentirsi papà Alessandro che, con il suo di papà, ha allevato figli a pane e falce), di strada ne hanno fatta tanta. Tra i campi, appunto.

Se ne va in giro a cercare queste faccende qui, le spighe, quelle strane, quelle che nessuno coltiva più, anzi che nessuno vede più ma che sono raccontate finanche nella Bibbia, come il Grano del Miracolo. Proprio quello del testo sacro, quello dalle sette spighe in un solo stelo, è il prossimo obiettivo della missione di Ercole, dopo i 6 cereali recuperati in questi 6 anni.

“La prima qualità che abbiamo ritrovato è la Maiorca, il cereale senza le areste di origine borbonica: l’abbiamo selezionata chicco per chicco” racconta Ercole, mentre mi accompagna tra le foto appese alle pareti del mulino. Appena entri ti immonda un profumo di macina e storia. E mentre racconta, Ercole, pare proprio che in mano quel grano l’abbia ancora, quando mi mostra con quale delicatezza e passione lo strofinava per recuperare quei preziosi chicchi d’oro di Puglia che avrebbero aperto la strada a un progetto straordinario.

La trebbiatura della Maiorca

“La Russarda l’abbiamo selezionata nel 2014, un grano di origine turca, la spiga rossa tanto amata dai passeri, quella che ho dovuto sradicare e portare nel vaso di casa, salvo poi ritrovarmi il porticato invaso di uccelli che se ne infischiavano di me, del cane e del gatto. La amano perché ha un colorante naturale che li rende più attraenti nell’accoppiamento e li fa cantare meglio perché abbassa il livello di stress, caratteristica utile per chiunque li ingerisca chiaramente, non solo per i passeri. Poi abbiamo all’attivo una riproduzione di Capinera, un altro cereale di origine turca, arrivato qui tra il 1100 e il 1300. E ancora la Saragolla, che è il parente più prossimo al Khorasan, con cui si produce il kamut, di origine tardo egiziana. E la Carosella, ritrovata in stato di abbandono in paesino qui vicino, a Marittima (a pochi chilometri da Castro, ndr). Era in un suolo edificatorio abbandonato”: quel giorno Ercole passava di lì per andare a far visita a un negoziante per prendere gli ordini, una giornata comune. Ma una giornata nel Salento, tra distese di terreni e campi abbandonati, per uno come Ercole non è mai una giornata comune. Vede una maiorca, ma si accende il radar quando affianco vede anche delle spighe di grano tenero che non riconosce, e la giornata, ormai potete immaginare, prenderà un’altra piega.

“Doveva essere per forza un grano antico, perché in una terra di grani duri, in una zona dove non viene coltivato da circa ottanta anni, non poteva essere altrimenti. Poi grazie agli anziani, agli agronomi e ai trattati di agraria abbiamo capito che si trattava della Carosella” e approfitta per spiegarmi quanto la sua ricerca sia scientifica e metodologica, con la triangolazione di dati e informazioni, come quelle tratte dal Trattato di agraria di Cantogno della seconda metà del 1800. “Ascoltiamo gli anziani, ma non è così facile capire di che tipi di grani antichi parlano, perché per loro hanno dei nomi, o soprannomi come si usava una volta, che riconoscono solo fra loro, allora dobbiamo incrociare con le immagini dei trattati e le ricerche degli agronomi” spiega Ercole, e trovo che la “faccenda” sia di un tale romanticismo che mi vengono alla mente immagini di questi uomini nei campi che raccontano, tra mani rugose e lingua antica, di una storia che dobbiamo ritrovare. Romantico come la macina nel mulino a pietra, “abbiamo scelto di chiudere così la filiera, perché è così che si faceva, un tempo non esistevano i mulini a cilindri e si ha una farina integrale molto più digeribile che stressa meno l’intestino e che conserva meglio vitamine e oli essenziali”.

La mietitura della Saragolla

La Carosella, si scopre, è un grano di origine romana altamente precoce, cioè che matura a due mesi dalla semina. “Sì, può essere seminato a marzo e raccolto a giugno. Questi cereali erano molto utili in stagioni piovose che non permettevano di entrare nelle campagna per arare. Oltre a questi abbiamo recuperato anche la Timilia, un grano di origine greca” e rielenca le medaglie che può appuntarsi al petto per accertarsi di non essersene dimenticata alcuna. Oltre, “ovviamente”, all’orzo salentino, una varietà autoctona. Questi sono i campi sperimentali, strutturati con due diversi percorsi: la selezione di una semina mista tra cereali già riconosciuti, e nella crescita vedere se vengon fuori altre spighe interessanti, sì quelle strane, che si possono ulteriormente studiare; oppure andare per masserie antiche dove ci potrebbero essere ancora dei “ricordi” di quel vecchio passato di colture. Quest’ultimo percorso è più difficile: “a distanza di 100 anni, devi essere anche fortunato a trovare qualcosa in questo modo”.

Un campo di Capinera

Per ogni volta, ogni scoperta, ogni strofino di spighe, ogni chicco recuperato e seminato, è una preghiera affidata alla terra e al sole di Puglia perché compia il miracolo.

Ah già, a proposito di miracolo, volete sapere del grano della Bibbia?

IL PROSSIMO OBIETTIVO: IL GRANO DEL MIRACOLO

“Quest’anno vorrei adibire i campi sperimentali in maniera proporzionata alla ricerca del grano del miracolo. Si tratta di un semiduro, una via di mezzo tra un duro e un tenero, che ha una semina molto lenta perché altrimenti non produrrebbe le sette spighe. Ma è un progetto molto difficile. So che veniva seminato qui, perché gli anziani mi parlano dei campi dei loro padri. Lo seminavano a ridosso del mare nelle buche delle rocce”. Il grano del mare a sette spighe, e certo che sì, che è un miracolo. Ecco perché di questi cereali a Ercole “interessa solo la variante autoctona”, i “nostri” cereali antichi.

Cereali che si adatto bene alla nostra terra, e sani, come quelli di un tempo, perché crescono “da soli”, senza bisogno dell’aiuto di diserbanti.

Cereali che la terra se la prendono senza chiedere il permesso.

La guerrilla marketing di Mulino Maggio nel 2016 quando Ercole, pur sempre un dottore in Comunicazione e Marketing, ha portato il grano in Piazza Dante a Vaste, con un allestimento artistico. 

Grazie alla famiglia Maggio, le foto sono tratte dalla loro pagina facebook 

Per Vieni a viaggiare in Puglia, Carmen Vesco