Conte annuncia e poi aspetta, e gli italiani con lui. Gli imprenditori: “Quindi, domani che dobbiamo fare?”

di Carmen Vesco

Restano alla finestra (e tanto dove vuoi andare?), un’altra volta, gli imprenditori e i lavoratori di tutta Italia dopo che il premier Giuseppe Conte, ieri sera, poco prima di mezzanotte ha annunciato l’ennesimo decreto per il contenimento della diffusione da Covid-19.

Le anticipazioni, anche in questo caso, sono note, e che vuoi…5 minuti dopo le hanno pubblicate tutti i media.

Una bozza, però, eh. Lunghissima come sempre, in cui si devono, o si dovranno perché ancora non è ufficiale, (per chi riesce a capirlo per altro), districare gli imprenditori “di ogni ordine e grado”.

La gente comune, che già è stufa dopo 15 giorni di stare a casa (chi ci sta, composta e disciplinata, onorando la propria nazione e tutelando la propria salute), ed è arcistufa di sentire tutto e il contrario di tutto (puoi fare jogging, anzi no, anzi sì nel cortile di casa o nelle vicinanze, puoi andare in giro con l’autocertificazione se hai validi motivi, anzi no solo se AUTOcertifichi che non hai il virsus “Sì, vabbé io te lo giuro su chi vuoi, mi sento bene, ma a mica ho fatto il tampone, e sei poi ce l’ho so’ bugiardo? ecc. ecc.), e per di più inizia a litigare l’un con l’altra perché ognuno vuole dire la sua, giustamente, tanto non è che ci siano tutte queste certezze.

Ok, è un’emergenza che mai si era vista prima e mai nessuno vorrebbe stare al posto di chi firma questi decreti, ma sono passati 15 giorni di clausura (e molti di più in pratiche di contenimento contagio) in cui le decisioni sembra si prendano in base alla reazione del popolo (stiamo per caso parlando di “consenso”? “ma no dai, mica consenso quello politico, eddai siamo in emergenza che andate a pensare”).

Fatto sta che le decisioni prima si annunciano, a “pizzichi e mozzichi” da ben più di 15 giorni, poi si aspetta un po’ (“ma no dai, malpensanti, mica per far analizzare statisticamente alle agenzie di comunicazione le reazioni sui social”) e poi si prendono sempre a “pizzichi e mozzichi” e intanto, la gente ha già consumato le proprie risorse di tolleranza alla clausura, allo stress, e pure gli spiccioli per le emergenze, appunto.

Quei 15 giorni di tolleranza sono andati, il virus no, e ancora si discute se tenere aperto il tabacchino della autostrada piuttosto che della superstrada.

Ora vogliamo parlare dei lavoratori che non sanno se domani andranno o meno a lavoro? E degli imprenditori che non sanno cosa dire ai loro dipendenti, o delle mega imprese che non sanno che dire alle piccole che con cui hanno commissioni?

Sì, ne vogliamo parlare, ma non ne vogliamo parlare noi che siamo solo spettatori pensanti di questo circo, sì pensanti ma sempre spettatori, e non vogliamo aggiungerci al coro di chi critica l’operato di quelli che stanno lì a firmare decreti che la storia si ricorderà per sempre.

Lo facciamo dire a chi si è svegliato stamattina con 50 chiamate sul cellulare da imprese di tutto il territorio che chiedono “ma quindi domani che si fa?”

Ma prima di lasciare la parola agli imprenditori e rappresentanti della categoria, una cosa va sottolineata (anche a nostro stesso discapito): ma che Paese è quel Paese che lascia che comunicazioni di tale e tanta importanza vengano ANTICIPATE (con dovizia di particolari, come vedrete i codici Ateco di tutte le imprese che potranno restare aperte) dalla stampa? Decisioni che mettono, ovviamente, in allarme i cittadini “di ogni ordine e grado”, che li spingono in confusione, che li mandano in tilt e poi finiscono per svaligiare i supermercati nottetempo, e noi a criticarli e noi a dirgli che devono stare calmi, che sarà tutto sotto controllo, sempre. Oggi, non è difficile continuare a biasimarli.

Sì, vogliamo dire che questa è democrazia? Che la stampa fa il suo lavoro? Sì, è certo che fa il suo lavoro, e lo deve fare, o no? O è legittimo pensare a volute fughe di notizie, sempre per far riferimento al cui di sopra consenso? Siamo un Paese democratico, e abbiamo fiducia nei nostri lettori, che si daranno da soli una risposta, con tutte le valutazioni del caso, però queste nostre domande, fatte fra noi e noi, oggi le condividiamo.

Parla Franco Gentile, presidente Cna (artigiani) Brindisi.

“Non era ancora l’ora di pranzo e avevo già parlato con 50 aziende, e tra l’altro ho le mie e i miei lavoratori da gestire: che dobbiamo fare domani? Boo”  dice Franco Gentile presidente della Cna di Brindisi. “Io ho letto le anticipazioni su “Il sole 24 ore” che ci dice di tutto e di più, se andiamo a vedere i codici Ateco delle attività che possono operare, sono praticamente le stesse di prima, numero più numero meno. E le contraddizioni sono eclatanti: le faccio degli esempi.: chi produce camici, produce anche camice, e potrebbe restare aperto, ma non può produrre camice e chi li controlla? Chi produce carta ha scorta per almeno tre mesi, a che serve restare aperti? dobbiamo stare fermi 15 giorni.  O chi non può più somministrare alimenti e bevande nelle stazioni di servizio deve restare aperto per i monopoli di stato, i tabacchi insomma, e deve mantenere i dipendenti, e pagare le bollette, in una situazione già di perdita. Ma ci vogliono falcidiare? Lasciare il tutto al buon senso è una visione troppo ottimistica: non tutti gli imprenditori hanno buon senso, e questo genererà una concorrenza sleale che deprederà le aziende virtuose” dice Gentile. “Senza contare che da 15 giorni, qui si continua a lavorare ma sono più le ore che passo tra decreti, ordinanze e interpretazioni dei documenti ufficiali che poi devo diramare alle aziende: perché va osservata anche questa cosa, mica tutti gli imprenditori riescono a districarsi in tutte queste carte”.

Parla Pierluigi Francioso, presidente Ance (edili) Brindisi.

“Si demanda ancora per oggi questa decisione alla sensibilità e alle capacità, anche, del singolo imprenditore mettendo ancora di più a repentaglio la salute. Ci vuole, e ci voleva già da tempo, una decisione di coraggio, perché questo è uno stillicidio. Poi queste notizie lanciate così, con anticipazioni, in una giungla di ordini e contrordini, crea una confusione che non migliorerà certo la tendenza alla disciplina che è necessaria in questo periodo. Io non so mica ancora che faremo domani, se i nostri potranno o no lavorare e chi: si parla di aziende che operano nel settore elettrico, che vuol dire? Manutenzioni o i cantieri che stanno operando sugli impianti elettrici posso ancora lavorare? Quello che ci serve non è allarmarsi, deprimersi, ma è certo che quello che spaventa di più è la mancanza di decisione. Perché se si fa una dichiarazione come quella che si è fatta ieri in tv e poi però ancora oggi non sia ha certezza di quello che si deve fare questo sì che crea confusione e mancanza di regole nella popolazione e per l’economia è uno stillicidio”.